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Marica

Il vero protagonista del cortometraggio di Judita Gamulin “Marica” è l’impellente bisogno di una donna di mezza età di rimettere tutto in discussione. Marica lavora per una famiglia benestante all’interno di una casa luminosissima, con pareti bianche e piante di vario tipo. Ma niente è come appare: un acceso litigio della coppia è la scintilla che fa scattare in lei qualcosa. C’è una battaglia che vuole combattere pur essendo consapevole del ruolo che gioca nella società e di ciò che le è concesso. È tutto spaccato, tanto nelle emozioni dei personaggi quanto nello spazio da loro riempito: anche lo schermo stesso è diviso nel suo mostrare la coppia che discute al piano di sopra contrapposta alla donna che li osserva dal pianterreno.

Judita Gamulin realizza un’opera basata su assillanti rumori alternati a profondi silenzi attribuendo quasi un ruolo da coprotagonista alla colonna sonora, decisiva nel determinare lo stato d’animo della protagonista. Prevalgono i silenzi e non le parole, i non detti a scapito dei dialoghi, le percezioni e le velate allusioni. Marica non parla mai, fatta eccezione per la telefonata col marito e lo sfogo con un’amica. Nei passi frenetici sulle scale e nelle urla della coppia per cui lavora ritrova troppo di sé e questo basta a farla reagire. C’è un atteggiamento voyeurista di fondo sia da parte della protagonista che dello spettatore: come lei spia, impercettibile, lo sgretolarsi della vita della coppia, scattando fotografie dall'ampia vetrata dell’abitazione, così lo spettatore, attraverso i campi lunghi che indugiano sulla donna spesso colta di spalle, osserva la sua vita da lontano per poi, pian piano, accostarvisi. Il montaggio non segue un ritmo frenetico e, con l’evolversi della storia, le inquadrature si susseguono più lentamente stimolando una più profonda immedesimazione attraverso il dialogo con l’angosciante colonna sonora.

La regista gioca sul contrasto tra una prima parte colorata da rancori e grida che lasciano il posto, progressivamente, a sequenze in cui vigono silenzi, sguardi e sospiri.

Nel finale, così aspro e crudo, a farla da padrone è una porta sbattuta in faccia, un'immagine reiterata che la regista sembra aver perfettamente assimilato dal cinema della “Nuova Onda” greca, stagione che sembra configurarsi come modello principale. È un ciclo che si ripete in eterno, un cerchio che probabilmente non si chiuderà mai. La sua ribellione è incisiva pur essendo una breve parentesi dell'intero racconto ma, allo stesso tempo, motore che scatena e stimola una profonda riflessione.


Marica (Id, Croazia 2017)
REGIA E SCENEGGIATURA: Judita Gamulin
CAST: Mirela Brekalo Popovi?, Ksenija Paji?, Csilla Barath, Mislav ?avajda
MONTAGGIO: Tomislav Stojanovi?  
MUSICHE: Vid Adam Hribar  
Drammatico, 19 minuti


Recensione di Eleonora Alessandra Spiga

@PASSAGGIDAUTORE.INTRECCIMEDITERRANEI 2016