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Martedì 5 dicembre – Un viaggio tra la Turchia e Intrecci Mediterranei

Martedì 5 dicembre – Un viaggio tra la Turchia e Intrecci Mediterranei

La giornata del 5 dicembre inizia con le proiezioni di CortoAmbiente dedicate agli studenti delle scuole superiori di Sant’Antioco, in collaborazione col festival Cinema e Ambiente Avezzano, al termine del quale è avvenuto l’incontro con Franco Sardi del Touring Club Italiano e Valentina Traini di Cinema e Ambiente Avezzano. Si prosegue con il solito appuntamento con Passeggiando con gli Autori, di cui potete vedere la puntata nel seguente link.

Il pomeriggio si entra finalmente nel focus di quest’anno: la Turchia. Ospite in sala il produttore Rifat Erkek che ringrazia lo staff del festival e presenta i corti turchi selezionati per questa edizione. Vai all’articolo dedicato cliccando qui!

La sera prosegue con le proiezioni della sezione competitiva Intrecci Mediterranei, la prima regista ospite in sala è Angela Norelli, regista del film We should all be Futurists, un lavoro sperimentale e affascinante di montaggio con immagini di archivio dedicato alla figura della donna, di cui Angela ci racconta guidata dagli interventi di Marta Bulgherini.

«Ho inizialmente studiato montaggio al centro sperimentale, ma mi sono resa conto dopo dell’esigenza presente in me di scrivere e raccontare. C’è stata una ricerca, un lavoro sull’archivio, volevo parlare delle donne ma non volevo fare il classico documentario di denuncia, mi sono informata su quale fosse la situazione nel mondo occidentale prima dell’avvento del fascismo e subito dopo la prima guerra mondiale. Il ruolo della donna di madre e moglie era celebrato, ma poi le donne iniziarono a lavorare. La donna inizia a essere sempre più emancipata. Il primo vibratore venne inventato nell’800 e veniva fatto passare come qualcosa che ti facesse stare bene, ma mai ne veniva esplicitato il reale funzionamento.  C’è stata poi la ricerca a posteriori, ho trovato il materiale su YouTube e ho cercato le cineteche a cui rivolgermi per averlo e utilizzarlo per il mio film. Ho voluto buttarmi nell’avanguardia, un movimento artistico meraviglioso, con l’idea della moltiplicazione degli schermi ho cercato di suggerire il doppio senso. A livello sonoro abbiamo lavorato con suoni futuristici, cercando di mantenere la tematica della vibrazione. Ora sto lavorando a un lungometraggio totalmente di finzione, l’archivio non è più centrale, lo sto ancora scrivendo.»

Interviene poi Jad Chahine, regista di Al Toraa’ (The Call Of The Brook), collegato a distanza direttamente dal suo paese, presenta il suo film incentrato sulla figura femminile e perfida della sirena.

«Nella versione del mio paese la sirena esiste ma non si capisce il perché uccida gli uomini, la spiegazione secondo me è una questione familiare, come se la sirena fosse la figura della madre. Ho provato a dare la spiegazione di questa visione, in questa situazione è la donna a diventare cattiva, cosa che di solito succede con l’uomo. Non è però una storia di buoni o cattivi, lei suo figlio lo ama. Abbiamo ricreato tutto sul set, è uno studio lontano da Il Cairo, abbiamo girato tutto in un giorno perché non avevo budget per girare in più tempo. Sono stato selezionato a Cannes con questo film, nella sezione dedicata ai corti delle accademie di cinema, pensavo che Cannes fosse un posto molto serio, ma alla fine ho avuto una percezione di persone appassionate di cinema e mi sono sentito a casa e a mio agio, proprio come qui al vostro festival!» “I can feel the good vibes from there!” dice Chahine, e  ringrazia per aver avuto l’opportunità di partecipare.

L’ultimo ospite in sala è il regista Mathieu Volpe che porta al festival il suo film Eldorado, un racconto di migranti nel confine montuoso tra Francia e Italia.

Mathieu Volpe

«Questo cortometraggio arriva alla fine del percorso dello studio sul documentario, avevo lavorato come script doctor in un tra Piemonte e Francia e ho conosciuto la tematica dei migranti, anche se alla fine abbiamo girato in Valle d’Aosta! Volevo esplorare il tema migratorio. Non sono si tratta solo di numeri, ma dietro queste storie ci sono persone e tanto amore. con questo film ho scoperto l’ambivalenza tra documentario e finzione, ma alla fine continuo a preferire il documentario, è legato alla realtà, alle persone che si incontrano, questo è stato solo un esperimento. Con tutte le questioni burocratiche e la gestione del budget, eticamente mi chiedevo che ci facessi in mezzo a tutto questo! Il senso al mio lavoro è stato dato però dall’aver lavorato con due attori non professionisti, i due protagonisti sono madre e figlio. Quando abbiamo fatto il casting  ho capito che lei potesse raccontare la storia e dare parola a chi non può raccontare la propria. Così ho trovato il senso di stare in mezzo a tutto ciò.»

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