Recensioni

Ayyur (Luna) Zineb Wakrim, Marocco, 2023

Ayyur (Luna) Zineb Wakrim, Marocco, 2023

Ayyur (Luna)

Zineb Wakrim, Marocco, 2023, 11

Un testo poetico esistenziale si lega alla vita di due bambini marocchini che, entrambi affetti da una malattia alla pelle invalidante, non possono entrare a contatto con la luce del sole.

Ayyur è un documentario narrativo che racconta per immagini la quotidianità di un bambino e di una bambina affetti da una particolare malattia che ne determina una speciale condizione fisica. Tale condizione non permette loro di sfiorare direttamente la luce del sole, perciò passano le loro giornate assieme ai fratelli chiusi dentro casa. Qui vengono ritratti mentre dipingono o mentre giocano, mentre per uscire di giorno devono indossare una particolare tuta che ricorda quelle degli astronauti.

Il sonoro è essenziale: non ci sono dialoghi o musica, solo suoni dambiente, mentre la voce narrante che guida la narrazione evoca temi di carattere filosofico. Interrogandosi sui motivi dei dolori della vita, ipotizzando un dialogo con Dio e insistendo sulla volontà di uscire dal proprio corpo. Associate alle immagini dei bambini ritratti nella loro quotidianità, le parole esprimono dunque un disagio esistenziale universale, di cui i due giovani protagonisti, che vivono il proprio corpo come un limite, ne sono l’esemplare manifestazione: il bisogno di metafisica, il desiderio di uscire dal proprio corpo fisico per raggiungere una condizione superiore immateriale. Una scelta espressiva che trova conferma nella mancanza di dettagli fornita sulla malattia dei bambini così come di essi, almeno fino ai titoli di coda, non abbiano neppure un nome.

La narrazione richiama più o meno direttamente molti concetti filosofici, tra i quali anche quello dello Streben di Fichte, ovvero la vita come sforzo costante verso un infinito irraggiungibile. Anche l’apparato visivo lo conferma, giocando molto sulle dicotomie: luce e ombra, giorno e notte, dentro e fuori. Ne è un ottimo esempio l’inquadratura in campo medio in cui il bambino apre la porta di casa per uscire e si trova avvolto da un enorme fascio di luce bianca generato dalla scelta di diaframma: movimento fisico e metaforico verso una realtà superiore, irraggiungibile perché è sempre, necessariamente, filtrata da una tuta. Al contrario, di notte può stare allaperto e toccare la luce naturale della luna, che infatti dà il titolo al film, ma che non basta per essere illuminati; Ayyur è una fonte di luce lontana, immersa nelloscurità, che non è sufficiente ma che può essere simbolo di speranza. Come d’altronde lo è la sequenza finale, in cui i due bambini si incontrano nelloscurità.

Adottando una forma essenziale dunque, Ayyur è innanzitutto la rappresentazione documentaria di una specifica malattia rara, ma capace di farsi racconto metaforico di una condizione interiore universale.

Giulio Patuanelli

Comments are closed