Netta aspetta il suo compagno Yousef al confine di Taba, tra Israele ed Egitto. È la prima volta che
lui entra in Israele e quella che dovrebbe essere la loro prima vacanza insieme si rivela lentamente
l’ultimo giorno della loro relazione.
Il confine diventa il luogo in cui emergono tensioni, i silenzi e le distanze difficili da
colmare. Border pone, ancora prima di entrare nella narrazione, una domanda impossibile
ignorare: possiamo davvero separare l’opera dalla struttura che l’ha resa possibile? E, allo
stesso tempo, fino a che punto il rifiuto o l’accettazione di fondi diventa a sua volta un atto
politico?
Non si tratta di condannare il film, né di leggerlo automaticamente come propaganda. Si
tratta piuttosto di riconoscere che quando un finanziamento è legato a un’ideologia o a
un’immagine nazionale, lo spettatore non entra più in sala in posizione neutrale. Porta con
sé un peso. Ciò non invalida l’opera, ma rischia di modificarne inevitabilmente la
percezione. Il semplice atto di guardare un film sostenuto da fondi politicamente orientati
non è più un atto neutro.
Il film, in sé, lavora su una tensione sotterranea che attraversa tutta la narrazione. Il
confine è al tempo stesso fisico ed emotivo: uno spazio che parla di distanza, paura,
identità e di tutto ciò che resta non detto tra le persone. Si ha spesso la sensazione di
entrare in una storia già iniziata, come se mancasse un pezzo di contesto necessario per
coglierne davvero tutte le sfumature.
Tale sospensione contribuisce all’atmosfera, ma allo stesso tempo può lasciare lo spettatore
un po’ distante. Il film è controllato, corretto, costruito con attenzione, ma senza riuscire a
coinvolgere. Più che un lavoro che lascia un segno, sembra un’opera che funziona sul
piano simbolico ma che resta emotivamente trattenuta.
Un film difficile da guardare isolandolo dal contesto attuale. Un’esperienza di visione che
rimane inevitabilmente influenzata da ciò che sta “ai bordi” del film e che è impossibile
ignorare.
ROSSELLA MATTA

Comments are closed