Recensioni

Bratiska (RECENSIONE)

Bratiska (RECENSIONE)

Hlib un giovane rifugiato ucraino in Italia che vive con il fratellino Vlad in una
precarietà che sembra non lasciare spazio al futuro. Quando un professore si presenta
per parlare della sua pagella, Vlad mente spacciandolo per un assistente sociale,
approfittando del fatto che Hlib non capisca l’italiano. Un equivoco che spalanca
verità taciute e fragilità irrisolte.
Il film si svolge con una semplicità quasi disarmante, come una piccola storia
sussurrata all’orecchio, e proprio in questa sua essenzialità trova una forza
inaspettata. Seguire Hlib e il fratellino Vlad significa entrare in un mondo
sospeso: una periferia italiana vista attraverso lo sguardo di due ragazzi
ucraini che non chiedono nulla, se non la possibilità di tirare avanti un altro
giorno. Il film non vuole raccontare la guerra, né indugiare sulla retorica del
trauma. Preferisce osservare ciò che resta della vita quando la vita sembra
essersi fatta stretta: le piccole strategie, le bugie innocenti, il desiderio di far
funzionare le cose anche se tutto intorno crolla. La performance dei due attori
è il centro pulsante del corto. Ruslan Hurak, nei panni del fratellino, è
straordinario: naturale, vivissimo, capace di oscillare tra ingenuità e lucidità
con una spontaneità che raramente si vede nei bambini sullo schermo. I suoi
occhi fanno da contrappeso alla presenza più chiusa, più rugosa del
protagonista Hlib, interpretato da Hlib Tovstoluh, che sembra portare sulle
spalle un peso che non ha mai scelto. Tra i due si crea un equilibrio che non è
solo narrativo, ma emotivo: un sistema binario in cui ognuno sostiene
l’altro senza nemmeno saperlo.
L’episodio centrale – lo scambio di identità tra professore e assistente sociale –
funziona come una miccia. È qui che la storia vibra della leggerezza più seria
che esista: quella dell’umorismo. Il cortometraggio, infatti, racconta in fondo
una barzelletta. Una barzelletta tenera, velata di tristezza, ma pur sempre una
barzelletta. E lo fa con la consapevolezza che l’umorismo, soprattutto in certi
paesi dell’Est, non è un semplice modo di ridere: è un sistema di
sopravvivenza, un codice esistenziale. In Ucraina, si potrebbe dire, la
barzelletta è più forte della guerra stessa. È un modo per rimettere in ordine il
mondo quando il mondo non si lascia ordinare, un modo per respirare.
Il film sembra abbracciare questa filosofia: il gioco come fondamento
dell’universo, la risata come architettura segreta dell’anima. E proprio come
in un gioco, le regole si piegano, le identità si scambiano, i ruoli diventano
maschere che si indossano per necessità. La regia accompagna tutto questo
con pudore e precisione, senza intralciare mai il ritmo naturale dell’equivoco;
la fotografia è asciutta, quotidiana, come se volesse restituire la materia cruda
del reale senza abbellimenti inutili.

Il corto, nel suo piccolo, riesce in ciò che promette: far ridere, far sorridere, far
pensare. E soprattutto, ricordare che la leggerezza non è superficialità, ma
una forma di resistenza. Che la vita – nonostante tutto – sa ancora essere una
barzelletta. E che, a volte, è proprio questo a salvarci.

Hanna Silivestrava

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