Recensioni

Clamor (Boucan) di Salomé Da Souza (Francia, 2023)

Clamor (Boucan) di Salomé Da Souza (Francia, 2023)

Un vivo amore estivo e adolescenziale che apre una parentesi sulle complessità delle emozioni,  fra complicazioni familiari; Johannes e Gabin sono giovani, cugini e innamorati: la loro storia si svolge nel sud della Francia.

Il terzo cortometraggio della giovane regista francese Salomé Da Souza colpisce con immediatezza il proprio spettatore, riuscendo in pochi minuti e con poche ma incisive inquadrature a svelare il tema centrale del suo lavoro ambientato sotto la luce intensa dell’estate nel sud della Francia provinciale. La premessa, a prima vista, appare semplice e forse cinematograficamente trita: un amore adolescenziale estivo, fugace e incerto, a cui il pubblico non può che affezionarsi. Tuttavia, il dettaglio che ribalta del tutto le aspettative e le dinamiche tra i protagonisti, la loro famiglia e lo stesso spettatore, è il fatto che i due giovani siano cugini.

Con una fotografia molto saturata e d’impatto che si discosta dalle tendenze più recenti e dei costumi che richiamano gli anni ’90 o primi 2000, la regista utilizza la macchina da presa in modo chirurgico: ogni inquadratura si sofferma con precisione su volti, gesti e sguardi, sottolineando l’intensità delle emozioni dei suoi protagonisti. Salomé Da Souza costruisce così un racconto febbrile e pulsante, che esplora i temi della giovinezza, della spensieratezza e dell’attrazione. Le interpretazioni di Marylou Cabanel (Johannes), Rodrigue Toledo (Gabin) e della stessa regista nel ruolo di Anaïs, sorella maggiore di Johannes, risultano potenti e autentiche contribuendo a portare il corto alla linea di traguardo.

Johannes e Gabin si muovono segretamente come due poli magnetici, attratti e respinti in un gioco di sguardi, gelosie e desideri. A fare da sfondo vi è l’ambiente del sud della Francia, tra corse camarghesi, alcool e i dialoghi sfrontati sul sesso tipici della gioventù. Salomé Da Souza fa sì che lo spettatore segua a stretta distanza e sia partecipe dell’evoluzione del loro complicato rapporto, senza però trascurare il contesto familiare e delle amicizie attorno ad essi. Questa dimensione collettiva introduce uno sguardo critico e giudicante, culminando nell’attimo di massima tensione narrativa che segna l’inizio e, al tempo stesso, la fine della loro storia proibita. Fino a quel preciso momento, se lo sguardo dello spettatore cinematografico più smaliziato potesse tentare di rimanere passivo, o forse in segreto emotivamente partecipativo verso i protagonisti, ora si fa attivamente giudizioso, identificandosi con quello della sorella e dei conoscenti attorno a loro che, a loro volta, restano a guardare come testimoni.

I protagonisti di Boucan, alla fine, rimangono soli, con nessuno dalla loro parte (neppure lo spettatore) e quel gesto tanto atteso non farà altro che creare un silente clamore che avrà profonde conseguenze nelle loro vite. Non è importante sapere se tutto questo fosse solo un atto incosciente di una passeggera giornata d’estate: le loro vite non saranno più le stesse e un grande non detto segnerà indelebilmente loro e la loro famiglia.

Lo stile distintivo di Salomé Da Souza rende questo corto un’opera che lascia il segno, suscitando speranza per una sua promettente e fruttuosa carriera nel panorama cinematografico internazionale.

Nicola Bardi

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