Una chirurga palestinese, di ritorno da un estenuante turno notturno, percorre
una strada isolata della Cisgiordania dove un incontro imprevisto la trascina
in una spirale di tensione e scelte impossibili. In una sola notte, la sua vita e
la sua identità vengono messe alla prova come mai prima.
Coyotes colpisce innanzitutto per la padronanza con cui Said Zagha
orchestra la messa in scena. Fin dai primi minuti è evidente una cura quasi
chirurgica per il dettaglio: l’inquadratura, il silenzio, il movimento controllato
della camera. È un film che punta a costruire tensione in modo progressivo,
senza ricorrere a scorciatoie narrative né a espedienti espliciti. Scelta che
paga perché lo spettatore viene trascinato dentro un percorso emotivo in cui
ogni gesto ha un peso preciso.
La storia è essenziale: una chirurga esausta percorre una strada della
Cisgiordania, ignara di quanto quel tragitto la cambierà. Semplicità che
potrebbe apparire limitante, ma che Zagha utilizza come leva per
concentrarsi sull’atmosfera, sul non detto, sulla percezione di un pericolo
costante. Il film riesce a mantenere una tensione autentica, senza diventare
didascalico o schiacciato da un messaggio esplicito. La politica resta sullo
sfondo, inevitabile ma integrata nel tessuto narrativo.
Uno degli elementi più riusciti è la fotografia firmata da Simone D’Arcangelo.
L’uso delle silhouette rosse che emergono dal buio non è un semplice
esercizio estetico: è un dispositivo narrativo che orienta lo sguardo dello
spettatore, distingue ruoli e intenzioni, e soprattutto accompagna l’evoluzione
della protagonista.
La performance di Maria Zreik sostiene con credibilità il peso psicologico
della vicenda. Il suo arco di trasformazione è suggerito più attraverso i segni
visivi e la struttura emotiva del racconto che attraverso dialoghi o monologhi
interni, scelta che privilegia la sottrazione e lascia allo spettatore lo spazio per
colmare i vuoti.
Il comparto sonoro e la musica di Amin Goudarzi mantengono un profilo
sobrio, contribuendo all’atmosfera sospesa che è la cifra del film. Non
cercano mai di imporsi, ma costruiscono un sottofondo nervoso che sostiene
il crescendo.
Coyotes non è un corto che punta a stupire con twist o virtuosismi plateali:
preferisce la coerenza, la tensione graduale, la densità emotiva costruita
passo dopo passo. Qualche scelta stilistica è talmente marcata da sfiorare il
simbolismo, ma senza mai compromettere la credibilità dell’insieme. Il
risultato è un’opera solida, ben diretta e visivamente ricca, capace di offrire
un’esperienza intensa pur restando essenziale nella struttura. Un lavoro
maturo, che dimostra come il cinema breve, quando guidato con disciplina e
visione, possa essere narrativamente e stilisticamente potente.
Alberto Deidda

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