In un villaggio turistico sulle coste spagnole, la trentenne Maria convive con una
disabilità mentale e nutre un desiderio profondo: quello di essere madre. Nonostante
la struttura che la ospita la inviti a utilizzare dei metodi contraccettivi, Maria decide
di avere rapporti occasionali non protetti pur di riuscire a rimanere incinta.
Il cortometraggio di Cláudia Cedó si apre con un’inquadratura lunga e
spiazzante: la protagonista Maria sta avendo un rapporto sessuale con un
uomo che lo spettatore vede solo di spalle. La regista rifiuta ogni pudore
narrativo per metterci subito nel cuore del problema. Poi, con un gesto che
spezza il realismo, Maria si rivolge direttamente alla camera e comincia un
monologo tagliente come una lama. Parla della “cura” che diventa intrusione,
della protezione che si trasforma in gabbia, della dolcezza che non consola
ma annulla. “Essere di zucchero è come non esistere”: le persone disabili, nel
sistema che dovrebbe garantire loro dignità, diventano così figure di zucchero
(De Sucre, appunto): fragili, modellabili, addolcite fino alla dissoluzione.
“Ma io esisto”, alla fine aggiunge, ponendo in questa frase la traiettoria del
film: un atto di resistenza, identità e autodeterminazione. Lo spettatore è così
chiamato a seguirla non come un personaggio passivo che richiede solo cure
mediche, ma come persona consapevole che reclama spazio, voce, corpo.
Maria è diversa dagli altri ospiti della struttura: la sua disabilità è mentale,
non fisica, e ciò la colloca in una zona ambigua. Non appare immediatamente
“disabile” allo sguardo dell’altro, e per questo vive più da vicino il peso dello
stigma sociale. Da un lato è abbastanza autonoma da interagire con gli
estranei, dall’altro è sufficientemente “diversa” da essere infantilizzata,
controllata, guidata. Il suo turbamento — che la regista lascia emergere con
estrema delicatezza — nasce dal desiderio, non compreso e quindi non
legittimato, di diventare madre. Per la società sembra un controsenso: una
donna disabile che aspira ad assumersi una responsabilità. Eppure Maria non
parla di responsabilità, ma di diritto, identità, senso dell’esistenza. Il film ci
interroga così su una domanda scomoda: chi decide chi può desiderare,
scegliere e diventare genitore?
Cedó sceglie una regia minimale ma potente, fatta di scelte pulite e coerenti.
La macchina da presa, pur avocata alla partecipazione fin dall’incipit, resta
comunque sempre alla giusta distanza: mai voyeuristica, mai pietistica,
sempre rispettosa. Molto del merito è per il realismo della messinscena, che la
regista spagnola costruisce amalgamando un cast di reali persone disabili, gli
attori con cui lavora da anni nel suo percorso teatrale.
I dialoghi scorrono così con naturalezza sorprendente, privi di artifici, poiché
Cedó non dirige la disabilità: la accoglie, la osserva e la lascia esprimere. Ed è
proprio tale approccio che permette al film di raggiungere una disarmante
autenticità.
De sucre è un film intimo, avvolgente, ma allo stesso tempo inevitabilmente
politico. Non giudica Maria, né cerca di rendere romantica la sua condizione.
Piuttosto, illumina l’urgenza di riconsiderare il modo in cui la società tratta le
persone disabili, invitando lo spettatore a chiedersi quando la protezione
diventa violenza, e quando la cura, se non richiesta, smetta di essere tale. La
storia di Maria non fornisce risposte semplici, ma lo mette nella posizione di
dover ripensare ciò che credeva di sapere sull’assistenza, sulla genitorialità e
sulla costruzione di una società più inclusiva e accogliente per le persone
portatrici di disabilità.
Sofia Agliati

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