Un anziano signore, Enver, è disturbato da «un odore» diffusosi nel palazzo di sua proprietà, ed è convinto che i nuovi inquilini del piano interrato ne siano la causa. Per questo motivo inizia a bussare porta a porta chiedendo di firmare una petizione per cacciarli. Dovrà però presto confrontarsi con l’insensatezza dei suoi pregiudizi.
Eksi Bir ha ricevuto il sostegno dell’UE Civil Think Fund e, oltre alle numerosissime selezioni, è stato presentato in anteprima al Festival internazionale del cortometraggio di Clermont-Ferrand 2024.
La narrazione si svolge dal piano più alto dell’edificio al piano interrato, ovvero dall’alto verso il basso. Bussando alle porte degli inquilini ne vengono mostrati i vari personalismi, i problemi, le insicurezze, i modi diversi di relazionarsi con gli altri. Viene così delineato uno spaccato della società, gerarchica e crudele, nella quale si preferisce lasciare un appartamento vuoto anziché darlo a chi vive nel seminterrato. Il palazzo diventa un simbolo, nel quale diverse identità e culture che seppur vicine di casa, non riescono a convivere in piena armonia.
La regia di Ömer Ferhat Özmen è sottile, scaltra, guida il nostro occhio a captare quel razzismo silente che si annida negli spazi in cui viviamo e, forse, dentro ognuno di noi. Il problema dell’odore è centrale: l’olfatto è forse tra i sensi quello che più ci fornisce dati di attaccamento a uno spazio, e quindi quello che più forgia la nostra identità. Ne conseguono una serie di pregiudizi olfattivi legati all’altro, a chi proviene da un altro luogo o che appartiene ai gruppi sociali più stigmatizzati. Enver non accusa direttamente gli inquilini del piano interrato del cattivo odore, ma il loro cibo, quindi un simbolo della loro cultura e tradizione diversa. Tuttavia capiamo che la sua è soltanto una presa di posizione che va ben oltre un semplice piatto di riso. Quando infatti gliene viene offerto uno realizzato con gli ingredienti forniti gentilmente dagli inquilini incriminati, prima lo gusta con piacere e poi, scoprendone la provenienza, si rifiuta di continuarlo a mangiare.
Nella sua catabasi Enver è lentamente costretto a confrontarsi con l’infondatezza dei suoi pregiudizi e con la propria vergogna. Non tutti gli inquilini lo assecondano, in primis l’imam che lo riprende in modo acceso. Quando la famiglia che lo ospita a cena gli chiede di riportare il contenitore del riso nel seminterrato, Enver sarà costretto a rendersi conto dei suoi errori e della propria superficialità.
Laggiù c’è vita, ci sono delle persone che parlano, dei bambini, c’è della musica, e forse sì, certo, c’è anche un odore. Ma è una famiglia come le altre, che cerca di vivere in pace la propria vita, forse lontano dalla guerra o da condizioni peggiori. E per la prima volta nel film non ci vengono mostrati questi inquilini, non serve. Ognuno di noi potrebbe trovarsi nella loro situazione ed essere vittima di tali accuse. La soglia dell’odio è molto labile e spesso fondata su presupposti dei quali non ricordiamo nemmeno l’origine.
Il tema è fortemente attuale, e, purtroppo, non nuovo, ma con qualità registica, recitativa e fotografica Ömer Ferhat Özmen ci invita a riflettere su quanto i pregiudizi possano essere pericolosi, soprattutto quando assecondati da un gruppo numeroso di persone. Enver infatti senza l’appoggio degli altri inquilini non ha potere, anzi, le sue posizioni vengono quasi ridicolizzate. Bisogna però essere pronti a riconoscere i propri sbagli e a non aver paura dell’altro, per quanto diverso da noi.
Di Vittoria Caporali

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