Eric è un adolescente tormentato che vive in un centro minorile in Spagna.
All’indomani dei diciotto anni, cerca di ricostruire il suo rapporto con sua madre, in
modo da poter vivere di nuovo insieme a lei. Tuttavia, quando lei non si presenta a
trovarlo, Eric scappa e decide di andare a cercarla direttamente a casa sua. Una volta
arrivato, scopre che la madre ha una nuova famiglia e che è andata avanti con la sua
vita senza di lui.
Diretto dai catalani Fran Moreno e Santiago Pujol — entrambi appena
diplomati, ma già maturi nella cura della messa in scena — è costruito come
un fitto intreccio di silenzi. Silenzi che non sono vuoti, ma barriere. Non detti
che modellano lo spazio tra madre e figlio fino a renderlo invalicabile. Furia
infatti non giustifica, non racconta attraverso lunghe esposizioni. Preferisce
suggerire, lasciare che lo spettatore entri nella mente di Eric attraverso
frammenti, gesti minimi, resistenze.
Le scelte di regia sono volutamente scarne ed essenziali: primi piani
trattenuti, movimenti di macchina ridotti, un uso sapiente degli spazi
domestici, sempre troppo stretti per contenere il conflitto emotivo. Tutto
concorre a far percepire allo spettatore di star violando la sfera intima di un
ragazzo che non sa più come esprimere ciò che prova. La regia costruisce così
una sorta di prossimità forzata, creando la sensazione di essere accanto a Eric
in ogni suo tentativo —peraltro fallimentare — di ristabilire un contatto.
La forza del film risiede anche nelle interpretazioni dei due attori
protagonisti, capaci di restituire la complessità di una relazione spezzata
senza ricorrere al melodramma. La madre è una figura trattenuta, fredda,
quasi impassibile: una donna che ha scelto di voltare pagina e che teme di
essere trascinata indietro da un passato lacerante. Eric, invece, è un insieme di
contraddizioni: fragile e rabbioso, taciturno ma pieno di desiderio, duro solo
in apparenza. Ogni suo gesto, anche il più piccolo, tradisce un dolore
profondo, che gli attraversa lo sguardo come la ferita che decide di
autoinfligersi.
Uno degli elementi più interessanti del film è la presenza del fratellastro di
Eric. In un contesto dominato da tensioni e chiusure, egli diventa infatti
l’unico ponte possibile tra due mondi che non riescono più a dialogarei.
Durante la scena della festa di compleanno, mentre la madre e il patrigno
osservano Eric con sospetto e vorrebbero che se ne andasse, il fratellastro è
l’unico a mostrargli spontanea gentilezza, invitandolo a restare.
Il gesto del bambino che spalma per gioco una fetta di torta sulla faccia del
fratellastro crea così un’immagine potente che fa da contraltare luminoso a un
gesto visto poco prima: quello di Eric che si fa scorrere il sangue sul volto,
autolesionandosi nella speranza disperata che la madre si prenda cura di lui.
La torta e il sangue diventano così due risposte opposte ma speculari al
medesimo desiderio: essere visti, essere toccati, essere riconosciuti.
La sceneggiatura sceglie consapevolmente di non spiegare mai le ragioni del
distacco tra madre e figlio. Questa mancanza di informazioni, lungi
dall’essere un vuoto narrativo, permette allo spettatore di mantenere una
posizione empatica, restando vicino al punto di vista di Eric senza giudicare
nessuno dei personaggi.
Furia diventa così un ritratto intenso e asciutto sulla solitudine dei giovani,
sull’impossibilità di colmare lo spazio lasciato dall’abbandono e sull’urgenza
di essere amati. Un’opera sorprendente, che rivela una sensibilità rara e un
controllo formale già maturo. Il tema scottante della genitorialità mancata
assume così le tinte fosche di un racconto di formazione doloroso, dove
l’unico finale possibile, è il surrogato di un abbraccio strappato da Eric
durante il tragitto in motorino che lo riporta al riformatorio.
SOFIA AGLIATI

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