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Gli Oceani sono i Veri Contenti – L’intervento in sala di Tommaso Santambrogio

Gli Oceani sono i Veri Contenti – L’intervento in sala di Tommaso Santambrogio

L’ Opera prima di Tommaso Santambrogio, Gli Oceani sono i veri continenti, è stata l’ultima proiezione di questa diciannovesima edizione di Passaggi d’Autore: Intrecci Mediterranei, per chiudere in bellezza il festival. Il regista interviene in sala dopo la proiezione insieme al direttore artistico Ado Hasanović che definisce il suo un film “bellissimo, forte e triste, doloroso”. Nel film si intrecciano la conservazione e la preservazione della storia cubana, il futuro e il presente, una riflessione su cosa sia la libertà in una realtà come Cuba.

Ado Hasanović, Tommaso Santambrogio, Dolores Calabrò e Luciano Cauli.

«Ho preferito rimanere all’esterno come osservatore e muovere la macchina solo in pochi momenti. Gli unici due attori professionisti nel mio film sono la madre e l’insegnante di teatro, li ho introdotti per una questione di narrazione e di necessità. La storia è legata ai luoghi e alle persone, ho scelto Cuba perché è il primo grande viaggio con la mia famiglia quando ero bambino, ci sono poi tornato ogni 3 anni e ho studiato alla scuola di cinema proprio lì, prima di pensare a un film ho vissuto, mi sono integrato e ho conosciuto il posto. La scelta della tematica è arrivata a priori rispetto ai personaggi, Cuba ha vissuto conflitti interni e questioni migratorie e parlando con chiunque lì mi sono reso conto di quanto dietro ogni persona ci fosse una storia legata a queste separazioni, legata a parenti amici, amanti che lasciano l’isola. Volevo narrare anche la contemporaneità cubana, ho raccontato tre diversi lassi temporali proprio per questo, lo ho fatto con tre età differenti e tre stratificazioni temporali, ma anche sociali. Il filtro del bianco e nero è motivato dal fatto che Cuba si sia aperta al turismo col crollo del comunismo, esiste un immaginario estetico legato a Cuba, l’introduzione di questo tipo di filtro permette a me e allo spettatore di pulirsi dall’estetica e dall’immaginario comune e coinvolgersi in maniera genuina dialogando in maniera autentica invece che con l’approccio esotico e turistico comune, proprio quello che volevo evitare. Il lavoro di scrittura è stato basato sul continuo confronto, è durato dalla pre produzione fino a quando giravo, tante persone sono state coinvolte nella sceneggiatura, costruivamo le scene assieme, condividevamo il tempo. Abbiamo lasciato un margine di improvvisazione, mantenuto per tutto il film, i bambini non hanno mai avuto una sceneggiatura, abbiamo fatto un workshop di 6 mesi in cui loro andavano a lezione e poi a giocare a baseball e una volta a settimana andavamo in tutti i luoghi in cui avremmo girato, facevano parte della loro quotidianità e tramite il gioco, esercizi e spunti andavamo a incastrare tutto quello che per loro era naturale nella struttura drammaturgia. Il titolo è un verso di una poesia, il linguaggio del film ambisce ad avere un dialogo poetico, vuole evocare quello che fa il cinema con un accostamento di parole immagini e oggetti. L’unico consiglio che do agli autori è cercare di raccontare ciò che vi interessa e ciò che sentite vicino, ciò che volete esplorare, cercate di raccontarlo mantenendo un vostro sguardo, cercate di farvi ispirare e aprire delle porte, mantenendo una propria genuinità e raccontando il proprio punto di vista perché tutti abbiamo il nostro modo personale di guardare le cose.»

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