Mak, un commesso di un autogrill in Slovenia, nota in Nada, una cliente camionista, dalle comuni origini macedoni. I due legano in fretta confrontando le reciproche esperienze e cercando di colmare la comune solitudine in un rapporto occasionale destinato a non ripetersi.
Greek Apricots è la storia di Mak e Nada, due immigrati di origine macedone che si ritrovano di notte in un autogrill in Slovenia. Nonostante condividano le origini e l’identità di migranti, i due personaggi si costruiscono in realtà in un rapporto totalmente antitetico: Mak è un commesso di un autogrill, costretto a passare lunghi turni seduto su uno sgabello in un ampio luogo pieno di paccottiglie, merendine e gadget inutili, mentre Nada è una camionista che attraversa in tre giorni più di mezza Europa, arrivando fino a Stoccolma per consegnare delle albicocche greche, passando le sue giornate raccolta negli spazi angusti nel retro del camion.
I protagonisti di Greek Apricots si muovono in spazi liminali, luoghi di passaggio senza identità, quelli che l’antropologo Marc Augé definirebbe dei non-luoghi. Un autogrill, spazio immobile e luogo di passaggio per definizione, un ambiente notturno in cui i personaggi si muovono quasi in dormiveglia, un camion che funge da casa, spazio del movimento che diventa luogo della stabilità. Nada attraversa l’Europa in tre giorni, Mak invece non può lasciare la sua sedia neppure per 15 minuti di pausa senza che un cliente infastidito non arrivi a richiamarlo a lavoro. Due identità migranti totalmente opposte, una quasi incatenata alla nuova terra che praticamente non ha mai lasciato e l’altra totalmente indefinita, senza nessun aggancio territoriale e costantemente in movimento. Entrambi vivono in condizioni spersonalizzanti che li permette di legare grazie all’unico stralcio di identità rimasta: le comuni origini macedoni.
Il regista Jan Krevatin si concentra sui luoghi di questo incontro. Dal giallo abbagliante e pieno di gadget dell’autogrill al buio dello spazio esterno dove i due condividono delle sigarette, fino agli spazi stretti e quasi soffocanti del camion dove i due consumano un fugace rapporto, interrotto nuovamente dalla necessità di tornare a lavoro. Oltre alla distinzione statico-mobile, interno-esterno, gli spazi di Greek Apricots sono anche dicotomicamente analizzabili in spazi pubblici e spazi privati.
Nell’autogrill e negli spazi esterni, la scelta delle inquadrature alterna campi larghi (a volte larghissimi) e lontani a sguardi che ricordano quasi possibili prospettive delle videocamere di sorveglianza che controllano lo spazio di azione dei protagonisti, ospiti di un non-luogo che appartiene a tutti e contemporaneamente a nessuno. Gli scambi più intimi avvengono invece in due spazi privati, non accessibili al pubblico. Il primo è una dependance chiusa dell’autogrill dove Mak in pausa ospita Nada, il secondo è invece il camion di Nada. La dipendenza di Mak dal posto di lavoro si mostra però nell’incapacità di mantenere privato quel luogo non accessibile al pubblico, dato che viene “invaso” da un cliente dell’autogrill in cerca di un commesso. Allo stesso modo, la permanenza nello spazio privato del camion viene nuovamente interrotta dalla necessità di tornare a lavoro di Mak.
Tra i punti di forza più evidenti del corto vi è la scelta registica nel limitare gli stacchi di montaggio nei dialoghi tra i protagonisti, le cui interpretazioni sembrano naturali e spontanee, con pause, risate, sguardi che ci vengono mostrati nella loro interezza in un gioco di piccoli piani sequenza intrecciati e mobili, che si spostano da uno spazio liminale ad un altro.
Nel finale, a legare le due identità migranti e solitarie ricongiunte in una notte noiosa, c’è una sorta di scambio che ancora una volta rappresenta un’essenza mobile, in continua transizione: delle albicocche greche, in Slovenia, in viaggio per la Svezia, in una notte generica, in un autogrill generico.
Mario Monopoli

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