Mua besoj më shpëtoj portreti / I Believe the Portrait Saved Me, 2025, Dir.
Alban Muja, Kosovo / Olanda, 10’
A oltre ventisei anni dalla guerra del Kosovo, il pittore Skender Muja rievoca un
momento decisivo della sua prigionia: l’ordine di ritrarre un comandante serbo, con
la promessa di essere risparmiato solo se l’opera fosse stata di suo gradimento. In una
scuola trasformata in campo di detenzione, l’arte si trasforma in strumento di
sopravvivenza.
I Believe the Portrait Saved Me è un cortometraggio di forte impatto emotivo e
simbolico che affronta il trauma della guerra attraverso un racconto
essenziale, ma costantemente attraversato da una tensione profonda. Il film si
concentra su un singolo episodio, apparentemente marginale all’interno di un
conflitto di inaudita violenza, ma capace di racchiuderne tutta l’assurdità e la
brutalità: la vita di un uomo affidata alla buona riuscita di un disegno. La
scelta di affidare la narrazione alla voce dello stesso Skender Muja dona al
film un’intensità intima. Il suo racconto evita qualsiasi deriva
sensazionalistica e procede con misura, lasciando che siano i silenzi, gli
sguardi trattenuti e l’attesa sospesa a costruire la tensione emotiva. Una
generazione ormai invecchiata, un tempo bambina, occupa nuovamente gli
spazi scolastici: luoghi dell’infanzia che si trasformano in teatri di memoria,
attraversati da un silenzio denso e carico di significato.
La memoria individuale si fa così memoria collettiva, restituendo allo
spettatore non soltanto il racconto di un fatto, ma l’esperienza psicologica
della prigionia, con il suo carico di paura, immobilità e impotenza. Disegnare
non è un gesto liberatorio, bensì una prova imposta dal potere: un’esibizione
forzata in cui l’arte viene privata della sua funzione espressiva. Eppure,
proprio in questa costrizione, l’atto creativo diventa spazio di resistenza,
l’unico in cui il protagonista può ancora esercitare una forma di controllo sul
proprio destino.
Il film costruisce la sua forza visiva alternando due piani complementari: da
un lato la mano che disegna, che sembra conoscere a memoria i tratti del
comandante serbo; dall’altro i volti dei compagni di prigionia, immobili e tesi,
consapevoli che l’esito di quel gesto potrebbe determinare non solo la sorte di
Muja, ma anche la loro. Una coralità silenziosa che amplifica il peso della
scena, trasformando il ritratto in un atto collettivo, carico di responsabilità.
La regia adotta uno stile sobrio, evitando qualsiasi enfasi. E infatti il film
colpisce non tanto per ciò che mostra, quanto per ciò che suggerisce:
l’assurdità di un potere che decide la vita e la morte sulla base di un capriccio,
e la fragile ma ostinata dignità umana che riesce a sopravvivere anche nelle
condizioni più estreme.
Potente e necessario, I Believe the Portrait Saved Me è un lavoro che riflette sul
ruolo dell’arte nei contesti di oppressione radicale, non solo testimonianza
storica, ma come atto di vera e propria resistenza.
JOEY

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