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KUSHTA MAYN, LA MIA COSTANTINOPOLI (RECENSIONE)

KUSHTA MAYN, LA MIA COSTANTINOPOLI (RECENSIONE)

Nicolò Folin, Italia, 2025, FICTION, 20’
Il microcosmo della Casa dei Catecumeni nella Venezia cinquecentesca come palco di
scena per identità in fuga poste in crisi tra appartenenza culturale e conversione
religiosa forzata nella speranza di poter vivere ancora un altro giorno
Due giovani ebrei, Asher e Aaron, fuggono dai massacri dell’Europa centrale per approdare
nella Venezia cinquecentesca con la speranza di un futuro senza violenze, ma forse
immaginario, a Costantinopoli.
Tratto e ispirato dai verbali di un processo tenutosi a Venezia a metà del Cinquecento,
l’opera di diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma di Nicolò Folin mostra
una grande attenzione scenica e una direzione attoriale già mature. Fin dalla prima
inquadratura si nota un’ambientazione prevalentemente fatta di piccoli spazi della Casa dei
Catecumeni illuminati a luce naturale o a candela che restituiscono in maniera
fotograficamente tangibile il contesto storico della Venezia del 1563. Asher e Aaron,
interpretati abilmente da Hlib Tovstoluh e Leo Folin, sono due giovani ebrei legati da un
rapporto quasi fraterno ma che, arrivati a Venezia feriti e in fuga dal centro Europa, si
ritrovano a dover fare la difficile scelta di mostrarsi desiderosi di abbandonare la propria fede
e convertirsi al cattolicesimo pur di sopravvivere un altro giorno. Con la permanenza nella
Casa, questa bugia necessaria crea una rottura tra i due giovani, a metà tra la speranza di
poter riprendere l’ipotetico viaggio verso Costantinopoli e le prospettive di una vita meno
incerta a scapito della propria identità religiosa. Uno sceglierà di restare fedele alle proprie
radici linguistiche e di fede a qualsiasi costo, l’altro invece si apre ad una, in parte sofferta,
integrazione nella società cristiana pur di imparare un mestiere e avere un posto nel mondo.
Similmente a Il formaggio e i vermi di Carlo Ginzburg, il corto di Nicolò Folin decide
intelligentemente di focalizzare così la propria attenzione sulla microstoria dei documenti del
processo per portare in scena una sfaccettata storia di identità spezzate e in crisi, in cui
anche l’uso di diverse lingue (ebraico, arabo, dialetto veneto) assume significato storico e di
appartenenza culturale, che però non guarda solo al passato ma parla anche del presente in
cui viviamo.
Nicola Bardi (@nickbardi)

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