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Lo sguardo basso delle bambine (RECENSIONE)

Lo sguardo basso delle bambine (RECENSIONE)

Lo sguardo basso delle bambine
Agata ha quattro anni. Nella quiete di un vigneto in Basilicata, osserva suo padre
vendemmiare… Mischiando home video e archivio messo in scena, il film riflette sulla
memoria come invenzione, una fragile traccia plasmata dal tempo e dall’assenza
Con Lo sguardo basso delle bambine, Ardenti affronta il tema della memoria con
sguardo personale e intimo. Il cuore del corto risiede nell’espediente del
found footage, utilizzato come strumento creativo per ricostruire falsi ricordi.
È proprio l’invenzione di una memoria che fa da apri strada a una riflessione
sull’identità, non immutabile, ma come costruzione continua e mutevole.
La regista gioca con immagini create ad hoc, guidando lo spettatore ad
interrogarsi non tanto sulla veridicità del ricordo, quanto sulla sua funzione:
ciò che ricordiamo, anche se distorto o inventato, contribuisce comunque a
definire chi siamo. Un approccio originale, che evita la trappola della
nostalgia e preferisce la via della suggestione.
L’espediente del found footage è gestito con misura e intelligenza. Non è mai
abusato, né ridotto a semplice citazione nostalgica: al contrario, diventa parte
integrante della narrazione, un ponte tra passato e presente che rafforza la
riflessione sull’identità. In questo modo, il materiale d’archivio acquista
nuovo senso, dialogando con le immagini originali e contribuendo alla
costruzione di quei “falsi ricordi” che sono il centro del discorso del film.
Lo sguardo basso delle bambine è un lavoro documentario che riesce a essere al
tempo stesso leggero e profondo, proponendo una riflessione originale sulla
memoria e sull’identità.

CHIARA

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