Come si può perdonare un abbandono che si sente imperdonabile?
Quando il padre da cui era separata muore, Nadia è costretta a rivisitare il passato e le ragioni che lo avevano spinto ad abbandonarla da bambina per inseguire i propri sogni. Nadia lotta per elaborare il lutto per la perdita del padre, senza nulla che la colleghi al suo ricordo se non un fragile albero di mango.
Randa Ali si sofferma più volte e con cura sugli spazi vuoti che circondano Nadia (Mona El-Husseini): dalla visuale, che apre il corto, di un cartellone pubblicitario fuori dalla finestra di un palazzo fino alle stanze polverose e abbandonate della casa familiare in cui la protagonista si ritrova per ritirare gli ultimi oggetti o memorabilia di un passato lontano e indefinito.
Nadia è una donna ormai adulta, con un compagno e un lavoro, e la notizia della morte del padre che non vede da quasi trent’anni non sembra averla scossa. Un breve ma sentito abbraccio della zia, sorella del padre, è l’unico gesto che legittima e concretizza emotivamente questa notizia allo spettatore; inquadrando tale momento di consolazione attraverso un riflesso, la regista egiziana Randa Ali però dichiara di voler evitare di cadere nel melodramma mantenendo una certa distanza.
Inizialmente, questa scelta stilistica potrebbe sembrare un modo per rifuggire dalle forti emozioni o scene e lavorare di minimalismo ma invece nasconde in nuce una profonda riflessione, da parte della regista, sulle assenze che il tempo non può colmare. Il tempo, per quanto inesorabile possa essere, non può lenire le ferite lasciate su una bambina, ora adulta, che ha vissuto senza padre e ha dovuto imparare a vivere facendo a meno di tale figura. I ricordi svaniscono e forse anche le emozioni, sia positive che negative. La notizia della sparizione di una figura paterna che non si conosce non è un vero e proprio momento di lutto e non dà vita a lacrime. Per questo Nadia decide di non presentarsi al funerale e, solo quando è costretta dalle circostanze, visita finalmente la casa familiare che ricorda solo per la sua pianta di mango.
Tra foto vecchie, audiocassette del padre e un solo mango, Nadia cerca di riappropriarsi, in un processo continuo di attrazione e rifiuto, di un passato che le sfugge ma che forse è irrecuperabile. Rievocando il tema ecologico di un territorio, come quello dell’Egitto, che si inaridisce e impoverisce anche a causa dell’uomo, qualsiasi ragione che ha portato suo padre ad abbandonare la propria famiglia e la propria terra natia non sarà mai abbastanza per far sì che quel gesto sia giustificato o virtuoso agli occhi di una figlia che ha conosciuto il lutto nel momento della sua assenza e del suo ritorno promesso ma mai avvenuto.
Per Nadia quindi non resta nient’altro da fare che raccogliere i cocci, lasciarsi alle spalle una casa di fantasmi ormai sbiaditi, mangiare l’unico mango maturo reminiscente di un passato remoto e guardare avanti per continuare a vivere. L’assenza del padre l’accompagnerà sempre ma la vita è solo sua.
Nicola Bardi

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