Un documentario inusuale che racconta lo sfruttamento di minatori cinesi in Algeria insistendo sulla potenza delle immagini del paesaggio. Testimonianze audio degli operai, video di repertorio e fake news si alternano a una narrazione visiva di immense terre che sembrano inospitali ma in cui l’uomo tenta comunque un insediamento. Un’opera suggestiva che stimola riflessioni sulla natura dell’uomo e sul suo rapporto con il pianeta.
“Memorie di un sole mai nato” (traduzione italiana) è un titolo molto evocativo: pone lo spettatore in una dimensione opaca, quella di un ricordo falsato, in cui non si distingue più il reale da ciò che non lo è. Si tratta di un documentario che non vuole essere didattico o didascalico, come lo penserebbe una diffusa concezione del genere, ma che, partendo dal racconto di una realtà, supera la descrizione di singoli eventi toccando tematiche più ampie.
Anche se solo sfiorato, l’argomento di partenza riesce a suscitare interesse nello spettatore: si coglie l’autenticità dietro le parole in cinese, che raccontano dello sfruttamento di operai nella colonizzazione del territorio algerino. La visione conferma ciò che viene narrato: lunghe riprese in movimento, fatte in auto o con drone, occupano gran parte del minutaggio e mostrano le vaste lande dell’Algeria, sia parti con insediamenti che una larga zona ancora vergine.
Una sezione di found footage mostra invece lo sfruttamento del luogo da parte dei coloni francesi nella seconda metà del Novecento per esperimenti militari e nucleari. Anche qui la veridicità è vaga, con alcuni macchinari che paiono fantascientifici. Ciò permette tuttavia di concentrarsi sul paesaggio di questo affascinante territorio, mostrato con campi lunghi e lunghissimi. Una direzione della fotografia che sfrutta la luce naturale ed efficaci effetti visivi, raccontano un luogo disagevole caratterizzato da un forte calore.
La regia si distingue per una marcata impersonalità: a parte i found footage, le inquadrature non sembrano mai punti di vista soggettivi. I pochi momenti con uomini in campo li vedono sempre decentrati rispetto all’ambiente circostante: protagonista è la terra, non gli uomini che la abitano e che tentano di dominarla. Questo è il vero focus del corto, un discorso sulla volontà di supremazia dell’uomo e un ripensamento del rapporto gerarchico tra uomo e ambiente. Il minatore cinese desidera lavorare nel suo paese, ma non può e deve sottostare alle ingiuste condizioni lavorative impostegli in Algeria; l’impresa per cui lavora vuole insediarsi e sfruttare energicamente un territorio inospitale; i coloni francesi mezzo secolo prima volevano sperimentare il nucleare nelle stesse terre.
Analogamente lo spettatore vuole avere il controllo su ciò che il documentario gli riferisce, ma non ha dati a sufficienza per farlo. Il desiderio di controllo e il bisogno di avere uno scopo si vanificano quando l’uomo si mette in relazione con la realtà che lo circonda: un contesto troppo grande e che continuerà a esistere indipendentemente da lui. I problemi ecologici, sempre più attuali da più cinquant’anni sono dovuti proprio alla presunzione di supremazia dell’essere umano sulla terra e sulle altre creature che la abitano. Il corto si apre affermando che la memoria muore con la persona e si chiude descrivendo uno scenario apocalittico in cui l’uomo torna a essere polvere quando “la terra si fa uomo”: il controllo è un’illusione.
Di Giulio Patuanelli

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