Leonardo è un ragazzo molto timido e introverso ma ha una passione per i motori, soprattutto per il suo scooter: un Phantom F12. Un giorno, in cerca di lavoro come meccanico, incontra Dylan, un giovane con la stessa passione per le due ruote, con un’unica differenza: è molto socievole e carismatico. Quest’ultimo è a capo di una gang di periferia a cui Leonardo verrà introdotto da Dylan stesso e, in una giornata di divertimento tra fumo e techno, il ragazzo si ritroverà in una situazione spiacevole, insieme al suo amato motorino.
Phantom è un perfetto spaccato del degrado della periferia romana e affronta temi giovanili ma universali, come la costante ricerca dell’accettazione da parte degli altri, rappresentata dal senso di alienazione che circonda il protagonista. Sentimento messo in scena perfettamente dal giovane regista Gabriele Manzoni, mediante inquadrature studiate appositamente per enfatizzare la condizione di “estraneo” del protagonista rispetto agli altri. La macchina da presa utilizza, infatti, molti piani ravvicinati all’inizio, per poi allontanarsi sempre di più nel finale, nel tentativo di restituire la sensazione di isolamento del protagonista.
Prodotto dal Centro Sperimentale di Cinematografia, il corto sembra ispirarsi al celebre romanzo Il Signore delle Mosche di William Goldin, laddove racconta similmente la regressione verso la violenza di un gruppo di giovani studenti. Non mancano inoltre suggestioni pasoliniane (soprattutto da Accattone) e similitudini con Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, non solo per i temi e location, ma anche per lo stile della regia e della fotografia.
Tra i punti di forza dell’opera la performance attoriale, molto autentica e naturale, soprattutto nel restituire la naturalezza dei giovani “coatti” dell’estrema periferia romana, mentre fanno festa e si divertono.
Manzoni in questo lavoro si concentra sulle relazioni adolescenziali, ma vuole far riflettere lo spettatore su come le influenze esterne (alcool e droga) possano cambiare le percezioni che abbiamo di noi stessi e degli altri.
Di Sara Parrini

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