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THE FLOWERS STAND SILENTLY, WITNESSING (RECENSIONE)

THE FLOWERS STAND SILENTLY, WITNESSING (RECENSIONE)

Theo Panagopoulos, Scozia, Palestina, 2024, DOCUMENTARIO, 17’
Il riuso e la manipolazione di materiale d’archivio per riappropriarsi della propria
storia e terra afflitte da colonialismo, conflitti e distruzione.
Immagini d’archivio inedite di una Palestina lussureggiante degli anni ‘30 e ‘40 che rivelano
uno sguardo colonialista, sottilmente violento e incurante del popolo che vive quelle terre.
Che relazione ha la raccolta di fiori all’aria aperta col colonialismo in Palestina e i decenni di
violenza fisica perpetrata su quella stessa terra e sulle persone che la abitano?

All’apparenza poco o nulla ma il potente film saggio di Theo Panagopoulos, regista greco-
libanese-palestinese con base in Scozia, ne fa invece il fulcro centrale da cui parte la

complessa operazione di riappropriazione filmica della propria terra d’origine.
Il regista infatti recupera e digitalizza, per poi manipolarli e riappropriarsene, filmati muti in
16mm conservati nella National Library of Scotland e girati in Palestina tra gli anni ’30 e ’40
da un missionario scozzese. I materiali originali mostrano una Palestina verde e rigogliosa in
cui lo sguardo cinematografico del missionario si posa sui numerosi campi fioriti e multicolori
con una prospettiva intrinsecamente colonialista: oltre ai fiori, preponderanti in questo fondo
d’archivio, gli unici altri protagonisti sono volti sorridenti di uomini e donne bianchi che
raccolgono fiori e vagabondano nel paesaggio come meri turisti. Dei veri abitanti di quelle
terre non si vede traccia, o quasi almeno, rimanendo così relegati a pochi minuti di filmato e
ai confini delle inquadrature o sullo sfondo. Nel lavoro del regista, il gesto apparentemente
innocente del raccogliere questi fiori, costantemente ripetuto e ripreso nei filmati originali,
diventa quindi metafora di un gesto di strappo e violenza sulla terra e i suoi abitanti inermi.
Theo Panagopoulos non si limita a far notare questa tesa dissonanza tra cosa viene
mostrato e chi invece escluso, ma applica poi un processo di re-framing e modifica del
materiale filmico, andando a ricercare nelle inquadrature quei volti dei palestinesi
volontariamente messi da parte per poi metterli al centro della scena, talvolta con un fermo
immagine e zoomando sulla pasta filmica-digitale della pellicola. Il risultato è una serie di
volti o corpi sgranati e il più delle volte irriconoscibili, di donne, uomini e bambini che vanno
a occupare tutto lo schermo come non hanno mai avuto occasione di fare prima. Theo
accompagna i filmati d’archivio e questa semplice, ma molto efficace, scelta stilistica con un
riuscito soundscape di suoni e rumori per creare un’atmosfera eterea e senza tempo,
nonché con dei testi che inquadrano ed esplicano il fulcro centrale del corto, applicando
anche un re-framing linguistico con il passaggio dall’inglese all’arabo.
Queste immagini di una Palestina lontana nel tempo, parzialmente dimenticata e
irriconoscibile sotto le macerie di conflitti e genocidi attuali, sono state originariamente
prodotte con un occhio esterno non curante di chi la viveva; ora, invece, sono state ribaltate
di significato puntando il dito sull’ombra coloniale e rendendo protagonista quella stessa
popolazione messa da parte. Questo cortometraggio è un atto di resistenza cinematografica
e culturale che applica una violenza simbolica a questi materiali colonialisti come risposta a
quella violenza passata, e tutt’ora presente, subita sulla terra e pelle dei palestinesi. Se i fiori
stanno in silenzio a far da testimoni indifesi di questa violenza lunga decenni, questo corto ci
ricorda a gran voce che dietro alla devastazione ci sono persone vere che resistono e
chiedono di essere viste e di avere un proprio posto nel mondo.
Nicola Bardi (@nickbardi)

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