Recensioni

The Wedding of the Pyr’s, Yalçın Çiftçi (RECENSIONE)

The Wedding of the Pyr’s, Yalçın Çiftçi (RECENSIONE)

I curdi Gorani che vivono nella regione di Hawraman, in Iran, continuano a
mantenere in vita una tradizione millenaria. Ogni inverno la popolazione si
riunisce per commemorare Pyr Shaliyar, che visse nel villaggio di Uraman
Taht, ai piedi dei monti Zagros, e rievocare ritualmente il suo leggendario
matrimonio.

Avete mai visto una montagna danzare? Forse in qualche film di
animazione, penserete, ma The Wedding of the Pyr’s riesce a dare questa
sensazione in un documentario, alternando maestosi totali della
montagna in festa a riprese ravvicinate di uomini e donne che suonano e
ballano, in cui lo spettatore è contemporaneamente vicino e lontano,
interno ed esterno alle celebrazioni del matrimonio del Pyr. Yalçın Çiftçi,
regista del cortometraggio, documenta la preparazione al rituale che da
950 anni, nella regione di Hawraman in Iran dove vivono i curdi Gorani,
celebra l’unione sacra tra Pyr Shaliyar e una donna muta e cieca, che
dopo il matrimonio con il Pyr guarì e si rivelò essere la figlia del Re.
Attraverso un lavoro etnografico, il regista entra nella comunità alle
pendici dei monti Zagros grazie ad un suo conoscente ed ha accesso ad
una realtà inesplorata e misteriosa. Nella rappresentazione di questi
luoghi e di questa cultura l’intervento di Yalçın Çiftçi rimane fotografico,
come occhio osservatore più che come voce che descrive: non interviene
nei dialoghi, non è in sé personaggio, non spiega se non con le parole, i
gesti e la lingua dei protagonisti, lontano dalla tendenza classificatrice
occidentale che deve datare, spiegare, evidenziare cause ed effetti.
Seguiamo quindi un uomo alle prese con l’organizzazione della festa:
insegna e prova canzoni dal ritmo incessante e tribale assieme ad altri
giovani musicisti, acquista un abito tradizionale su misura da un
anziano tessitore, parla con varie persone tra pasti in famiglia, viaggi in
autostop o discussioni con altri membri della comunità.

Nell’apparente disordine di una festa che vede un’intera comunità
danzare, vi è un silenzioso, pacato ed elegante ordine ciclico. Le
montagne bianche e maestose, tornanti al limite del vuoto, tutto sembra
svolgersi in uno spazio liminale dove il tempo sembra non essere mai
passato. Eppure anche qui automobili, telefoni e giovani con maglie
larghe in stile hip hop ci dicono che qualcosa forse sta cambiando, che
non è detto che questo rituale continuerà per sempre.

MARIO MONOPOLI

Comments are closed